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09/11/2013 Gli F35: I soldi che volano

GLI F35: I SOLDI CHE VOLANO

 

 

 

 

 

Anche a prescindere dall’art. 11 della nostra Costituzione, che recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, la partecipazione dell’Italia al progetto per realizzare i caccia bombardieri F 35 crea qualche seria perplessità. Se non altro perché si tratta di un “affare militare” su cui c’è una forte disinformazione.

 

Il progetto per realizzare i caccia bombardieri F 35, prodotti dall’americana Lockheed Martin, una delle più grandi industrie d’armi al mondo, è stato accettato in Italia, almeno fino ad oggi, sia da governi di centro destra, sia da governi di centro sinistra.

 

La partecipazione dell’Italia risale al 1996, durante il primo Governo Prodi. Il coinvolgimento italiano fu poi ratificato nel 1998 dalla Commissione parlamentare per la difesa, formata da esponenti di Forza Italia, dell’Ulivo e della Lega Nord e questo primo passo di partecipazione alla fase di progettazione degli aerei costò circa 1 miliardo di dollari.

 

Nel 2007 si ebbe un ulteriore coinvolgimento dell’Italia con la stipula di un accordo per partecipare alla costruzione dei caccia bombardieri. Per svolgere quest’attività venne realizzato presso Cameri, in provincia di Novara, uno stabilimento per l’assemblaggio e la riparazione degli F 35. Lo stabilimento di Cameri è stato attivato nel luglio di quest’anno e dal 2019 dovrebbe arrivare ad assemblare 24 aerei l’anno.

 

In questo modo l’Italia, dopo aver speso un miliardo di dollari per partecipare alla prima fase di progettazione degli F 35, si è trovata a spendere quasi altrettanti soldi per costruire lo stabilimento di Cameri in modo da partecipare alla seconda fase di realizzazione e manutenzione degli aerei.

 

E’ inoltre previsto che lo stabilimento di Cameri dovrà servire non solo ad assemblare gli aerei e curarne la manutenzione, ma anche a “parcheggiare” tutti gli F 35 acquistati dalle nazioni europee e quelli Usa di stanza in Europa e nel Mediterraneo.

 

Non solo:  l’Italia s’è impegnata a comprare in totale 90 caccia bombardieri F 35, per una spesa di più di 13 miliardi di euro. Lo scorso settembre il Parlamento italiano ha approvato l’acquisto di 6 caccia bombardieri ed altri 7 saranno acquistati nel 2014, con un anticipo già versato di 60 milioni di euro.

 

Per utilizzare gli F 35 è stato poi necessario intervenire sulla portaerei Cavour realizzando, con un costo di 3 miliardi e mezzo di euro, le modifiche necessarie per consentire il decollo degli aerei dalla nave.

 

Insomma, un bel salasso in un momento di crisi economica come quello attuale,

 

Senza poi contare che l’Italia è partner – assieme ad Inghilterra, Spagna e Germania - di un progetto per realizzare l’Eurofighter Typhoon, un caccia bombardiere studiato e realizzato completamente in Europa, tecnicamente inferiore agli F35 solo perché visibile ai radar. Ma immaginiamo che con lo sviluppo di radar sempre più potenti gli F35 perderanno questo vantaggio. E se così non fosse ci chiediamo: perché l’Italia invece di partecipare al progetto F 35, non partecipa a un progetto di modifica degli Eurofighter per renderli “invisibili”, in modo da poter svolgere lo stesso ruolo di attacco degli F 35?

 

Con la partecipazione italiana alla costruzione degli F 35 si pone anche il problema della dipendenza militare dagli Stati Uniti d’America, poiché per motivi di sicurezza alcune specifiche di costruzione non saranno mai condivise dagli americani con partener di altri paesi. La produzione in Italia degli F 35 non avrebbe nemmeno grandi effetti sull’occupazione, se è vero che il numero di persone impiegate a Cameri e nell’indotto non supererebbe le 800 unità.

 

Ma il vero problema che emerge è politico perché in questo modo si afferma la necessità di costruire dei caccia bombardieri come “mezzi di risoluzione delle controversie internazionali”.

 

In buona sostanza, la partecipazione italiana a realizzare gli F 35, che per altro hanno dimostrato di avere qualche problema (già in fase di progettazione sono emersi molti malfunzionamenti, alcuni radar riuscirebbero a intercettarli e la capacità dei missili non è stata ancora del tutto testata), dovrebbe indurci a riflettere sulla politica di spesa militare dell’Italia.

 

Anche perché le scelte fin qui fatte dagli ultimi governi italiani sembrano rispondere più che altro a una logica di subalternità all’industria bellica - per di più statunitense -, piuttosto che a dare risposte alle necessità che oggi ha l’esercito italiano, come per esempio avere navi ed aerei adatti al pattugliamento del Mediterraneo per evitare i naufragi dei migranti provenienti dall’Africa.

 

 

 

                Vittorio Casucci

 

mailto:casucci.vittorio@gmail.com

 

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