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27/11/2013 Apologia del fascismo,questa sconosciuta

APOLOGIA DEL FASCISMO, QUESTA SCONOSCIUTA

 

A Predappio è stato aperto un museo nella casa natale di Benito Mussolini ed è stata inaugurata, su esplicito impulso del sindaco PD Giorgio Frassineti, la mostra intitolata “Il giovane Mussolini”, che resterà aperta fino al 31 maggio 2014.

A Varese la notte dello scorso 25 aprile, dopo un maxi raduno di naziskin, i soliti ignoti hanno disegnato delle svastiche sulla parete della locale sede del PD in segno di minaccia per avere votato in Consiglio comunale una delibera finalizzata a vietare le “manifestazioni di apologia del fascismo”.

Ancora in aprile, la sera del 29, a Milano, centinaia di militanti dell’estrema destra sono sfilati in una parata militare con bandiere e simboli nazisti per ricordare la morte di Sergio Ramelli, un giovane militante del Fronte della Gioventù ucciso nel 1975 da militanti della sinistra extraparlamentare. A guidare i neo fascisti c’era, tra una selva di braccia tese nel saluto romano, Massimo Turci, ex capogruppo PDL in Provincia e oggi di “Fratelli d’Italia”.

Lo scorso ottobre, a Perugia, si è tenuta - voluta da organizzazioni d’ispirazione neo fascista come l’Associazione Nazionale Arditi d’Italia, l’Ordine dell’Aquila Romana, l’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della Rsi, l’Associazione X Flottiglia Mas-RSI – una rievocazione della “marcia su Roma” che ha richiamato da tutt’Italia centinaia di neo fascisti.

Sempre lo scorso ottobre, ad Albano Laziale, sono stati annullati i funerali dell'ex capitano delle SS Eric Priebke, dopo che erano nati scontri tra esponenti dell’organizzazione fascista “Militia”, armati di caschi e catene, e manifestanti accorsi per impedire il rito funebre che sarebbe diventato un raduno pubblico di estremisti di destra.

Il 4 novembre a Varese, Milano e Como sono stati affissi manifesti per celebrare i caduti della Repubblica sociale italiana ad opera di un Comitato nazionale per le onoranze ai caduti della repubblica creata da Mussolini nel settembre del 1943 per continuare la guerra a fianco della Germania nazista.

Queste sono solo alcune delle notizie che è possibile rintracciate, su Internet, per fatti di “apologia del fascismo” avvenuti in Italia negli ultimi tempi.

Ci chiediamo allora: che fine ha fatto la legge che vieta l’apologia del fascismo e la ricostituzione del partito fascista?

Per rispondere a questa domanda l’ANPI di Firenze ha organizzato lo scorso 14 novembre una tavola rotonda, mettendo a confronto i pareri del costituzionalista Paolo Caretti, del magistrato Pierluigi Onorato e dello storico Gian Carlo Pajetta. Dalla loro discussione sono emersi gli scopi, ma anche i limiti di quella XII disposizione “transitoria e finale”  della nostra Costituzione che i Padri costituenti vollero per vietare “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”; disposizione che ebbe attuazione con la Legge 1546 del 1947 e che sarà poi applicata con la Legge 645 del 1952, ancor oggi in vigore, per reprimere le attività neofasciste quando darebbero vita ad organizzazioni che si pongono come continuatrici del disciolto partito fascista o che servono per fare atti o azioni ispirate al fascismo.

Quindi, secondo la giurisprudenza corrente è reato in Italia, sia la ricostituzione del partito fascista, sia l’apologia del fascismo. Ma mentre chi persegue il tentativo di ricostituire un’organizzazione che abbia o s’ispiri alle caratteristiche dello storico partito fascista è oggettivamente identificabile – ed è quindi anche punibile –, nel caso dell’apologia del fascismo bisogna capire quando è reato e quando invece è la libera manifestazione di un’opinione e come tale deve essere tutelata.

Questo dualismo insito nella disposizione legislativa ha portato a una casistica giurisprudenziale altalenante, per cui talvolta salutare romanamente o cantare inni del  Ventennio nel corso di una manifestazione è stato considerato reato, altre volte no; mentre per “apologia del fascismo” sono state considerate solamente quelle manifestazioni che, per numero di aderenti o modalità d’esecuzione avrebbero potuto portare alla riorganizzazione di un partito fascista, individuando il reato non tanto nell’offesa antidemocratica del gesto, quanto nella sua potenzialità.

In realtà l’impostazione giurisprudenziale che cerca di tutelare la manifestazione del libero pensiero anche quando abbia per oggetto persone, fatti o idee del fascismo, non prende in considerazione la necessità di porre un limite alla libertà di pensiero e d’associazione prevista dalla stessa Costituzione. Cioè non valuta che si dovrebbe considerare l'ideologia fascista come un disvalore politico in contrasto con i valori espressi dalla Carta costituzionale.

Se invece si considerasse il valore della democrazia come un “bene giuridico” da tutelare e difendere da qualsiasi offesa sarebbe reato anche gridare slogan fascisti, sollevare il braccio teso in segno di saluto romano, esporre fasci littori nel corso di riti apologetici perché atti offensivi della sensibilità e dignità di chi crede nella democrazia e disapprova i crimini compiuti in Italia dal regime fascista.

 

                     Alessandro Sardelli

  alessandro.sardelli@gmail.com

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