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Giulio nel 2016, come Andrea nel 1943

Probabilmente non sapremo mai chi ha ucciso Giulio Regeni al Cairo, ma sappiamo con certezza dall'autopsia fatta sul suo corpo, che egli è stato torturato per giorni, fino a quando non è sopraggiunta la morte.

Probabilmente non sapremo mai chi ha ucciso Giulio Regeni al Cairo, eppure per sapere che cosa è successo a Giulio basta mettere in relazione la sua morte con i migliaia di casi, denunciati da Amnesty International, di giovani che sono stati sequestrati negli ultimi tempi in Egitto da gruppi militari o para militari. Molti di loro non sono più tornati e solo di alcuni sono stati ritrovati i cadaveri con segni di mutilazioni e bruciature sul corpo, proprio come quelli che aveva Giulio Regeni.

E' quindi ragionevole supporre – anche senza bisogno di prove, né d'indizi -, che Giulio Regeni sia stato torturato e ucciso in un centro operativo della polizia per la sicurezza dello stato, chiamata anche - nemmeno a farlo apposta -: SS, State Security; di fatto l'apparato repressivo del regime guidato dal generale Al-Sīsī. Tanto è vero che oggi nell'Egitto sotto la presidenza di Al-Sīsī, la situazione è secondo molte organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti dell'uomo, senza precedenti e anche peggiore di quando era Presidente Mubarak, con una repressione indirizzata specialmente contro intellettuali, ricercatori, scrittori, grafici e artisti che sta diventando una vera e propria regola non scritta, e anzi negata al di là di ogni evidenza.

Staremo a vedere quale sarà la posizione che assumerà il Governo italiano di fronte alla pretesa egiziana di allontanare ogni movente politico dalla morte di Giulio.

E dire che è la stessa nostra storia a rappresentarci quanto è accaduto a Giulio Regeni. Basta solo pensare al trattamento riservato poco più di Settant'anni fa a molti oppositori del fascismo. Anche se coloro - donne e uomini - che avevano subito vessazioni personali e torture durante l'opposizione al Ventennio fascista e nei drammatici mesi della lotta di Liberazione dell'Italia dal nazifascismo, se sopravvissuti raramente hanno raccontato quello che avevano subito a quel tempo, forse per comprensibile pudore o, forse, solo per cercar di dimenticare.

Più spesso è stata la letteratura ad affrontare il tema della tortura, come fa ad esempio Mario Fiorani con il racconto: Andrea nel 1943 (Firenze, Atahualpa, 2001).

Si tratta di un racconto, ambientato a Firenze nel settembre 1943, che per certi versi sembra ispirato alla vicenda di Giulio Regeni: Andrea è uno studente di medicina che riceve quasi casualmente della stampa clandestina e che prima di riuscire a disfarsene viene fermato dalla polizia fascista. All'inizio Andrea viene portato in una appartamento dove c'è una stanza “deserta e vuota”; poi è trasferito in un edificio o villa adibito a luogo non ufficiale di carcerazione e d'interrogatorio. Lì viene brutalmente interrogato e torturato per più giorni da aguzzini che vogliono sapere la provenienza della stampa clandestina trovatagli addosso. Via via che passano le ore e i giorni Andrea è sempre più alla mercé dei suoi aguzzini ed entra in un percorso fisico e mentale che ha come unica via d'uscita l'opposizione ai suoi carnefici e di conseguenza la morte.

Lascio lo sviluppo della storia al piacere di chi vorrà leggere il libro, presente nella biblioteca della Sezione ANPI Oltrano (come si può vedere cliccando qui), limitandomi a segnalare la grande analogia che esiste tra il personaggio del racconto, Andrea, e quanto è accaduto nella realtà a Giulio Regeni, come si può capire dalla lettura di alcuni brani tratti dalla parte finale del libro, che qui di seguito riporto:

 “Andrea […] stava alzandosi, miracolosamente. Cominciò mettendosi carponi, poi, faticosamente riuscì ad alzarsi in piedi. Doveva avere ossa rotte, ed organi lacerati; un sorriso stravolto gli marcava il viso. Ebbe un capogiro, ma riuscì a mantenersi eretto.” […]

“Il milite si avvicinò ad Andrea, e con un colpo allo stomaco lo ributto per terra. Gli diede un calcio con lo scarpone chiodato, e poi un altro, e poi ancora uno alle reni, mentre Andrea si contorceva debolmente in silenzio.” […]

“Non si sentì sollevare né toccare, e l'ultima impressione fu del tappeto sotto la schiena nuda. Cercò di carezzarlo con la mano, ma non vi riuscì e scivolò via.”

“Quando riprese conoscenza non vide che un soffitto grigiastro da cui pendeva un filo con una lampadina. Era così debole la luce che neppure gli incomodò gli occhi. Quando trovò la forza di guardarsi in giro, vide il dottore che lo guardava. Non ne poté vedere gli occhi, in quella semioscurità. Aveva una siringa vuota in mano.”

- “Beh, - era la voce di Vinci” [uno degli aguzzini].

- “Niente da fare. Può morire tra qualche ora... o domani... o dopo. O anche adesso. E' troppo rotto dentro... Forse un buon chirurgo... - mormorò [il dottore], - chi lo sa? Molto complicato. Non credo sia il caso...” [...]

“Non udì più nulla [Andrea]. Il dolore era giunto al parossismo, gli parve d'esser scosso come da qualcosa che vibrasse, e di essere poi lasciato andare, precipitato nello spazio. Oppure, come se tutto il suo essere fosse un'immensa struttura metallica, dilatata sino allo spasimo, che d'un tratto entrasse in vibrazione, per una sua ultima forza interna, o per un gran vento che la scuotesse, e che, giunta la vibrazione al suo diapason, tutta la struttura (tutto lui) fosse proiettata in mille pezzi, lontanissimo.”

“Non riprese più coscienza, ma un paio di volte ebbe come un contatto col mondo. Una volta aperse perfino gli occhi, ma al buio non poté veder nulla; l'altra, mormorò qualcosa, e la camicia nera che curiosamente lo guardava morire, lo sentì dire: la macchina... E certo non ebbe la minima idea di che cosa stesse parlando quell'essere pesto e sanguinante che aveva avuto un tremito di vita.”

“La vita continuava, altrove, e tutto continuò, anche in quel grigio palazzotto, durante quella fine d'autunno del 1943.”

“La cella dove avevano trasportato Andrea, visto che era inutile un'ulteriore permanenza nell'infermeria, doveva essere lasciata libera. Aspettava altri Andrea, forse più coscienti, o più fortunati, o più sfortunati. Poi, per quel po' di rispetto che ancora regnava, per le consuetudini, forse anche per la vergogna o la paura, era bene far sparire quel corpo ingombrante...” [...]

“Il corpo di Andrea, rivestito alla bell'e meglio, avvolto in una coperta e con la testa in un sacco per via del troppo sangue, fu nascosto prima dell'alba tra le rovine di una casa distrutta dai bombardamenti, in una zona devastata e abbandonata.”

Le ultime notizie arrivate prima di pubblicare questo articolo, lo scorso 16 febbraio, dicevano che Giulio, a differenza dell'Andrea protagonista del racconto, non era stato arrestato casualmente, per essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, ma era stato catturato con premeditazione da due uomini verosimilmente della State Security. Emergeva, quindi, un indizio importante, suffragato da testimonianze (poi smentite dalle autorità egiziane o, più probabilmente, fatte sparire), secondo il quale il Governo italiano e tutta la comunità internazionale hanno potuto iniziare a chiedere spiegazioni alle autorità egiziane sulla morte di Giulio Regeni, senza poter escludere d'innescare – come poi è accaduto - una crisi diplomatica tra Italia ed Egitto. Infatti, dopo il nulla di fatto nell'incontro del 7 e 8 aprile scorso a Roma, tra la delegazione degli investigatori egiziani e i membri della Procura romana, si è di fatto aperta, con il richiamo a Roma dell'ambasciatore italiano in Egitto, una crisi diplomatica molto delicata e dagli incerti sviluppi. Dove l'unica cosa certa è la volontà del Governo egiziano di negare, contro ogni evidenza e logica, qualsiasi motivazione politica nell'uccisione di Giulio Regeni. Come se non si sapesse che dall'agosto 2015 ad oggi sono stati 533 gli oppositori dell'attuale governo egiziano che sono stati catturati dagli apparati per la Sicurezza dello Stato, di cui solo 137 sono stati ritrovati con segni di torture e sevizie, mentre gli altri 396 sono tutt'ora desaparecidos. Il Corriere della Sera ha avuto l'idea di pubblicare online i nomi di queste 533 vittime di sparizioni forzate e torture, il cui elenco – con buona pace delle autorità egiziane - si può leggere cliccando qui.

 

                                   Alessandro Sardelli

                         alessandro.sardelli@gmail.com

 

 

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