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27/08/2014 RIPARTIRE DALL'ANTIFASCISMO

“L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo.”

                                                                  RIPARTIRE DALL’ANTIFASCISMO

“L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo.”

“Essere laici, liberali, non significa nulla, quando manca quella forza morale che riesca a vincere la tentazione di essere partecipi a un mondo che apparentemente funziona, con le sue leggi allettanti e crudeli.”

“Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società.”

Questi passi fanno parte di un articolo scritto da Pier Paolo Pasolini nel 1962, con il quale egli risponde a due lettori del settimanale “Vie Nuove” che gli avevano chiesto: “Perché tante giovani menti vengono attratte dal pericolo dell’idea fascista?”

L’articolo inizia con il racconto di un fatto personale, accaduto a Pasolini durante un’intervista rilasciata a una giovane giornalista, che gli aveva espresso durante l’incontro la sua preoccupazione per avere un figlio fascista.

Egli scrive che quando poté leggere l’intervista, pubblicata su un rotocalco nazionale, ebbe modo di rendersi conto che la giovane giornalista era - a causa delle banalità scritte e dei luoghi comuni utilizzati -, più fascista di suo figlio.

In pratica – conclude Pasolini -: “Quel figlio fascista lei se lo meritava, era giusto: era una fatalità che aveva in sé un equilibrio perfetto tra il dare e l’avere”; era in pratica una “maledizione” che avrebbe portato padri e madri “banali e omologati” ad avere, inevitabilmente, “figli fascisti”.

A cinquantadue anni dalla pubblicazione di questo scritto e mentre ci avviamo a festeggiare il 70° della Liberazione dal fascismo, la “maledizione” evocata da Pier Paolo Pasolini è ancora, ahimè, attuale.

Un maleficio tanto efficace da farci chiedere, ancor oggi: perché tanti giovani sono attratti dalle idee fasciste o si comportano da fascisti, magari inconsapevolmente? E, rovesciando la domanda: perché tanti giovani oggi non sono attratti dall’antifascismo e dalla democrazia?

Ma dovremmo anche chiederci: come rompere il maleficio e recuperare l’insegnamento dall’antifascismo storico, nato come opposizione al fascismo sconfitto nel 1944-45?

Probabilmente andando oltre all’antifascismo celebrativo delle ricorrenze ufficiali, ma anche oltre all’antifascismo ideologico dell’antagonismo velleitario, comunque camuffato, fatto d’insulti e violenze verbali, che ha trovato nella rete e nei social network una potente cassa di risonanza.

Evidentemente per rompere il maleficio bisognerà ripartire da un antifascismo etico, come scelta culturale alternativa al “fascismo” dell’affarismo economico e tecnocratico – quello denunciato da Pasolini -, ampiamente sperimentato in Italia negli ultimi vent’anni, con l’affermazione del primato della furbizia e del tornaconto personale.

Ripartire, dunque, dall’antifascismo come scuola di tolleranza e democrazia, etica personale e “forza morale”, rivoluzione permanente e lotta alle disuguaglianze e ingiustizie.

                                                                        

             Alessandro Sardelli

mailto:alessandro.sardelli@gmail.com

                                                                           

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