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I fratelli Manzi

Intorno alle ore 8:00 del 2/7/1944 giunge a Meoste, frazione del Comune di Bagno a Ripoli posta lungo la Via Roma, un autoveicolo dal quale ne scendono otto militari tedeschi e l'ex caposquadra della MVSN Umberto Calosi. Sono dinanzi all'aia della colonica abitata dalla famiglia Manzi, al civico 142 di Via Roma, e qui vi trovano i due fratelli Giovanni (nato a Dicomano il 17/5/1889, colono, coniugato) e Pietro Simone (nato a Dicomano il 28/10/1884, colono, coniugato).
Svegliato dalla madre, giunge pure il figlio di Giovanni, Aldo (nato a Londa l'8/8/1923, colono, celibe).

Poco prima i nazifascisti si erano recati nella vicina abitazione di Tullio Lesi, al civico 136, rubandone la radio, biancheria, soldi e conigli. Il Lesi era già stato minacciato dal Calosi che lo riteneva un collaboratore dei partigiani e per questo si era nascosto altrove con la moglie lasciando le chiavi di casa ai vicini.

Mentre i tre uomini si trovano con le armi puntate addosso, viene intimato alle mogli dei due "capoccia" (Ida Bellucci, moglie di Giovanni e Anna Barbieri, consorte di Pietro Simone) e a tale Margherita Taddei di rientrare in casa e di chiudere le finestre. Un tedesco sta di guardia sulla soglia dell'abitazione.

Le donne sentono i soldati che chiedono ai Manzi dove hanno nascosto i partigiani, ma avutone risposta negativa ne decretano la fucilazione. Il Calosi insiste nel dire che hanno collaborato con i resistenti, con coloro che lo volevano morto in quanto fascista. Effettivamente questa famiglia ha aiutato i partigiani dandogli vitto e alloggio.

Poi ordina ad Aldo di andare a casa della propria cognata, abitante nei pressi, a prendergli degli effetti personali. Al ritorno, il giovane è liquidato dal Calosi con queste parole: "Puoi andare, addio" e facendogli cenno con la mano si avvia verso l'autoveicolo.

Intanto un soldato tedesco entra in casa e visita tutte le stanze, senza profferire parola. Elio Manzi, fratello minore di Aldo, esce dal casale ma viene fermato dai militari. Dice che deve andare a Messa e viene lasciato andare, anche dietro l'assicurazione del Calosi.

Verso le 9:30 i tre uomini sono condotti in un campo sottostante l'aia e mitragliati.
Secondo Nello Dini le tre vittime sarebbero state fucilate una dopo l'altra dinanzi ad un pagliaio, l'ultimo a cadere sarebbe stato il più giovane.

Non appena udite le raffiche ed aver visto i tedeschi andare verso il loro automezzo, Ida Bellucci si porta sul luogo dove hanno fucilato i suoi congiunti. Urla di dolore, grida la sua disperazione ed invoca aiuto, ma la gente, impaurita, accorre solo quando è ormai sicura di non correre più pericolo essendosi ormai allontanati i tedeschi.
Sempre il Dini scrive che i tedeschi rastrellano i paraggi costringendo la popolazione a vedere i corpi dei fucilati.

Nel primo pomeriggio dello stesso giorno ritornano i nazisti a casa Manzi. Con un camion li derubano di 6 q.li di grano, biancheria, abiti, materassi e quello che più gli aggrada. Non paghi di tutto ciò prendono pure il loro bestiame (due vacche, un vitello, un maiale, i conigli ed i polli) e se ne vanno.

I tre cadaveri sono poi portati nel cimitero parrocchiale, ma la Questura fiorentina ne ordina il prelievo conducendoli prima a Firenze e poi alla sepoltura a Trespiano.

La sera innanzi alla sua morte Aldo Manzi aveva confidato alla fidanzata, Renata Ceccherini, di aver incontrato tempo prima il Calosi che gli aveva chiesto se in casa sua si trovavano dei partigiani. Così gli era stato riferito da un confidente e che due di questi "banditi" volevano ucciderlo.

Sulle prime Aldo aveva negato ma poi aveva ammesso che i due giovani erano suoi amici, non dei partigiani e che si erano recati da lui soltanto per rendergli visita. Il Calosi gli aveva risposto che voleva rintracciare questi ragazzi per rimetterli in riga.

Il giorno successivo a quest'incontro il Manzi aveva riferito al fascista che coloro che cercava non erano più reperibili perché datisi alla macchia.

Alla fidanzata, inoltre, aveva detto che poco prima aveva nuovamente incontrato il Calosi, stavolta in stato di ubriachezza. Minacciava coloro che a Meoste lo volevano morto, ma che lui gli avrebbe fatto "passare un brutto quarto d'ora". Il giovane Manzi aveva ribadito che non era vero.

Umberto Calosi è ricordato come un uomo violento e un delinquente abituale; già in passato aveva fatto arrestare alcuni renitenti alla leva della RSI e perquisito la canonica di Santo Stefano a Paterno (Bagno a Ripoli) con la scusa di trovarvi ricetto individui sospetti di antifascismo.

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