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Ennio Sardelli "FUOCO" - storia

Riflessioni di un testimone su fascismo e antifascismo

 

 

 

 

Enio Sardelli "Fuoco"

 

Riflessioni di un testimone

su fascismo e antifascismo

 

 

 

 

Queste «riflessioni» su fascismo e antifascismo, scritte da Enio Sardelli «Fuoco», quando era Presidente della Sezione ANPI Oltrarno, sono una testimonianza diretta di che cosa è stato il fascismo. In queste brevi, ma circostanziate, note auto biografìche di «vita quotidiana» durante il fascismo, «Fuoco» (come si farà chiamare Enio quando diventerà un partigiano), ci descrive - forse meglio di tanti saggisti e storici -, qual era l'esistenza di un giovane ragazzo durante il Ventennio fascista e ci fa capire perché tanti giovani come lui, quando presero coscienza della scelleratezza di quel regime, decisero d'impegnarsi nella lotta clandestina per la "Resistenza" e poi, quando si crearono le condizioni favorevoli, nella "Guerra di liberazione" con la quale gli italiani seppero realizzare - in molti casi a prezzo della vita -, una società migliore e più giusta.

 

 

 

 

 

ANPI OLTRARNO

 

 

Presentazione

 

 

Chi non ha vissuto negli anni della dittatura fascista, difficilmente può capire che cosa sia stato il fascismo. Specialmente i giovani che per motivi anagrafici non hanno fatto l'esperienza di vivere sotto il fascismo, stentano a capire che cosa sia stato vivere in un regime autoritario, instauratosi in Italia nel 1925 quando ogni forma di opposizione politica venne definitivamente eliminata con l'inganno e la violenza. Molti di questi giovani e tutti coloro che hanno solamente sentito parlare del fascismo, hanno oggi la necessità di capire come ciò sia potuto accadere e come era l'Italia asservita all'ideologia fascista; ma anche come attraverso la "Resistenza" - di cui l’ANPI oggi tutela la memoria -, gli italiani siano riusciti a riconquistare, nell'aprile del 1945, la dignità e la libertà democratica. I Capire quello che è successo durante il fascismo e come sia stato necessario battersi - a costo della vita - per affermare nella società italiana i valori elementari della "libertà" e della "giustizia", può servire a comprendere come ancora oggi ci sia da indignarsi e opporsi quando la società italiana ha pericolose derive antidemocratiche e diventa intollerabilmente iniqua.

La Sezione Oltrarno dell'ANPI, per offrire un contributo a questa legittima esigenza di conoscenza e di opposizione all'ingiustizia sociale, ha pensato di ricordare, a quattro anni dalla scomparsa, Enio Sardelli "Fuoco", che è stato per tanti anni suo Presidente, pubblicando questo suo breve scrìtto, in cui egli ci da una testimonianza di che cosa sia stato veramente il fascismo, prendendo spunto dalle "inesattezze" che aveva letto in alcuni scritti di "intellettuali, storici, giornalisti e saggisti" sui temi del «fascismo» e dell’«antifascismo», come se l'antifascismo fosse – egli scrive -: "oramai una cosa vecchia, superata e non più né attuale né interessante".

Nelle pagine che seguono Enio Sardelli ci offre alcuni spunti di "vita quotidiana" in cui possiamo trovare le motivazioni per cui, quando si creò l'occasione opportuna, tanti giovani ragazzi come lui (Enio aveva 17 anni quando si unì a una formazione partigiana e prese il nome di battaglia "Fuoco"), decisero d'impegnarsi nella lotta antifascista, rischiando la vita per realizzare una società migliore e più giusta.

 

                                                                                             ANPI Oltrarno

 

 

Firenze, Aprile 2012

 

 

Riflessioni di un testimone su fascismo e antifascismo

 

di Enio Sardelli "Fuoco"

 

 

 

Da qualche parte ho letto, in questi ultimi tempi, alcuni articoli e saggi sul tema del fascismo e dell'antifascismo; debbo dire che sono rimasto assai sconcertato nell'apprendere da quelli scritti che il tema del fascismo e dell'antifascismo è ormai una cosa vecchia, superata e non è più ne attuale ne interessante.

Il fatto che questi scritti siano stati partoriti da eminenti studiosi di storia o di filosofia o che so d'altro mi ha lasciato, se possibile, ancora più sbigottito.

Mi sono chiesto: ma dove erano questi scrittori durante il periodo fascista? Forse erano all'estero, o non erano ancora nati e ciò che sanno, o credono di sapere, lo hanno sentito raccontare dalla nonna? Certo non erano qui in quegli anni durante i quali si è consumata la mia infanzia e la mia giovinezza.

Io, che metto giù queste riflessioni, non sono un intellettuale, credo di possedere una cultura media, una normale intelligenza, un normale senso critico; ma ho già raggiunto i settanta anni e ho ancora una buona memoria. Sono nato durante il fascismo, quando il "regime" si consolidava e acquisiva consensi, ho trascorso la mia fanciullezza, e poi tutta la vita, sempre nel rione di S.Spirito-S.Frediano fra la gente del mio quartiere, fra la mia gente. Non mi si può venire a dire che fascismo e antifascismo sono, in fondo, due modi di pensare, due opinioni politiche e che l'una vale l'altra, no, cari signori intellettuali, storici, giornalisti o saggisti… No, e poi no, mille volte no.

Ma come si può fare a mettere sullo stesso piano il "Pollastra" e, per esempio, Renzo Ruggini, o Fosco Frizzi, o decine di altri veri galantuomini che hanno subito il carcere fascista o il confino di polizia, in sperduti paesi del sud  o nelle isole, con quei buffoni, in genere vagabondi senza né arte né parte, che si pavoneggiavano con monture funeree a base di camicie nere, teschi di morto ed altre piacevolezze del genere? 

No, signori, no; il fascismo e l'antifascismo non sono opinioni, sono modi di vita, sono etica morale, sono un modo di intendere la vita, i rapporti fra le persone, fra i popoli, fra le genti del mondo.

Il fascismo e l'antifascismo sono due cose antitetiche, sono una cosa ed il contrario di questa cosa, sono agli antipodi come il bello col brutto, il buono col cattivo, il grasso con il secco, il lungo con il corto; non ci possono essere punti di contatto, in nessun modo. E come faccio, io, a sapere questa verità? Semplice: ricordando episodi del passato, come quello al quale ho assistito nella primavera del 1935.

 

Tornavamo da una visita al museo Stibbert, io e il mio babbo (visitare musei, la domenica mattina, era un modo per trascorrere una mattinata istruttiva e, soprattutto, economica). Ricordo come fosse ora; scendemmo dal tram in Piazza Santa Maria Novella e ci incamminammo verso casa; appena entrati in Via dei Fossi, sul marciapiede di destra verso il Ponte alla Carraia, proprio quando fummo di fronte ad un albergo che c'era a quell'epoca, vedemmo un anziano signore, anzi direi un vecchio signore, due o tre metri avanti a noi che non si era tolto il cappello e non aveva salutato romanamente un drappello di fascisti che marciavano sulla strada dietro ad un lugubre stendardo nero con testa di morto, pugnale fra i denti e la scritta "me ne frego". Vedemmo che dal drappello si staccarono quattro o cinque giovani aitanti, armati di bastoni, e cominciarono a dar legnate a questo signore che, forse sordo o distratto, non aveva reso il doveroso omaggio alla gioventù littoria. Il signore finì a terra e il babbo, istintivamente, cercò di andare in aiuto di quel signore bastonato che filava sangue dalla testa, ma una signora, dalla porta dell'albergo, lo prese per un braccio e gli disse:

- "Aspetti, so no, sacrificano anche lei".

Entrammo nell'albergo e, dopo, il babbo con altre persone, raccolsero di terra quel povero signore e lo portarono all'ospedale di S. Giovanni di Dio che era lì˜ vicino. Anch'io andai in ospedale e quando il poliziotto di guardia domandò cosa era successo, alla risposta che il ferito era stato bastonato dai fascisti, ricordo le precise parole, disse:

- "E' inciampato sul marciapiede ed è caduto per terra".

Questa era la morale fascista! 

Un altro episodio che ricordo accadde nel 1937, durante la guerra di Spagna. Un sabato, dopo cena, la sera dedicata al caffeino per il babbo e la mamma e al bicchierino di panna per me, in Piazza S.Felice, vedemmo arrivare una trentina di militi fascisti. Venivano dalla caserma della 92^ legione delle camicie nere, in Via Maggio, ed entrarono, armati, come al solito di bastoni, nel bar di Aldo, di fronte alla chiesa, dove ora c'è una rosticceria, e, siccome qualcuno aveva detto che lì˜ dentro si ascoltava radio Barcellona, questi difensori della patria in pericolo, bastonarono quanti si trovavano nel bar, e distrussero tutte le suppellettili del bar stesso. Questa operazione di "ripulitura degli angolini" causò un notevole fracasso ma sia dal commissariato di polizia che dalla stazione dei carabinieri che si trovavano a poche decine di metri, in Via Maggio, ove adesso ci sono gli uffici del Gabinetto Viesseux, nessuno si fece vivo. Bella dimostrazione di giustizia e legalità!

E, ancora un episodio nel 1938. Una mattina d'estate, ero con mia sorella Olga. Eravamo stati in centro e tornavamo a casa, Appena entrati in Via Calzaioli, da Piazza del Duomo, ci trovammo di fronte ad una cinquantina di giovani fascisti che, con bastoni e spranghe di ferro, si diedero a spaccare le vetrine del negozio del Ghezzi, sull'angolo di Via Calzaioli con Via dell'Oche e, ricordo benissimo, di aver visto alcuni giovani in montura fascista con sotto braccio camicie, magliette e quanto altro ci poteva essere nelle vetrine, allontanarsi ridendo e schiamazzando per la "lezione" che era stata impartita al "giudeo" Ghezzi. Era un evidente allineamento alle direttive del pazzo criminale imbianchino tedesco che predicava lo sterminio degli ebrei; cosa che, tragicamente, si avverò non molti anni dopo.

Un altro ricordo personale, anzi personalissimo perché accadde proprio a me ed è legato ai miei anni di scuola. Finite le elementari, alla scuola Torrigiani di Via della Chiesa, poiché il maestro - si chiamava Zaccaria Marovelli -, consigliò i miei genitori di farmi proseguire negli studi, fui iscritto all'Avviamento Professionale "Aurelio Saffi" in Via S. Agostino, 19 (dove adesso ha sede la Sezione ANPI Oltrarno). A quei tempi era il massimo concesso al figlio di un muratore e di una sarta, anche se a me sarebbe piaciuto fare il Ginnasio, ma le cose andavano così!

Feci il primo anno in Via S. Agostino, poi fummo trasferiti in Via Guicciardini, accanto al palazzo Guicciardini, quasi di fronte a Via dello Sprone. In questo edificio frequentai la seconda e la terza, e… Fu proprio in terza che mi accadde quello che adesso mi accingo a raccontare.

Era in atto una disposizione del partito fascista secondo la quale, per celebrare il "sabato fascista" (brutta copia del "sabato inglese"), gli scolari e gli studenti dovevano, il sabato, frequentare le lezioni in montura fascista; chi con quella da "balilla" chi da "avanguardista" chi da "giovane fascista" (questo per i maschi); le bambine dovevamo essere vestite da "piccole italiane" o da "giovani italiane"; ed erano naturalmente i docenti a controllare che tale disposizione venisse rispettata. Per mia e nostra fortuna nella nostra classe il sabato avevamo lezione di francese, di computisteria e di dattilografia, cioè avevamo il Prof. Cusmano, di francese, il Prof. Monti di computisteria e una simpatica signora per la dattilografia, tutti e tre questi bravi docenti, se ne fregavano altamente delle disposizioni del “fascio”, per cui nella nostra classe nessuno aveva mai fatto caso a come eravamo vestiti il sabato. Mi pare che solo due o tre ragazzi su una trentina venissero con la montura da balilla; e questo beato stato di cose durò finché non ci fu cambiata l'ora di dattilografia con una ora di storia. Allora cominciarono i problemi, perché l'insegnante di italiano, storia e geografia era una signora, tale Norci, che evidentemente aveva preso sul serio la disposizione della montura e il primo sabato che venne nella nostra classe, vedendo che quasi tutti eravamo in "borghese", ci fece una ramanzina e ci "ordinò" di metterci in montura per il sabato seguente, dicendo che chi non possedeva la montura poteva, in via del tutto eccezionale, venire a scuola con la camicia nera.

Disse anche che chi non aveva la camicia nera avrebbe potuto andare a camperarla nel negozio della Bellesi, in Via dei Neri, e che, presentando un suo biglietto gli avrebbero fatto lo sconto. Che fosse una "tangentopolina" ante litteram?

Il sabato successivo solo io e Sem, un simpatico spilungone che credo fosse di origine straniera, eravamo senza né montura e né camicia nera. La signora Norci ci chiamò alla cattedra e ci ingiunse, in modo molto perentorio, di non permetterci più di disobbedire e che se non avessimo fatto quello che ci aveva detto sarebbero stati dolori per noi.

Il sabato dopo, Sem era assente, e io avevo la mia solita maglietta, ero perciò l'unico senza camicia nera. La signora Norci mi chiamò e mi ordinò di imparare a mente per il lunedì˜ successivo tutto il discorso che aveva fatto Mussolini il 7 maggio del 1936 quando fu proclamata la nascita dell'impero dopo la guerra d'Etiopia. Mi sottolineò che non era il caso che fossi assente o che non dicessi parola per parola quel discorso, perché su quello mi avrebbe dato il voto per la media nelle materie letterarie; mi disse, chiaro e tondo, che un solo sbaglio mi avrebbe fatto prendere un bel 2 e così˜ mi avrebbe sciupata la media.

Bisogna sapere che concorrevo a una borsa di studio per frequentare un convitto scuola a Bolzano per segretario d'albergo e che mi ci ero messo d'impegno, perché bisognava avere la media del 9; e io c'ero preciso, alla media del 9. Ed ero quindi molto interessato a vincere la borsa di studio. Passai il sabato pomeriggio e tutta la domenica a leggere e ripetere quelle maledette parole, piangendo dalla rabbia,  lo confesso. Il lunedì˜ mattina, di fronte a tutta la classe ammutolita, recitai le parole del tragico buffone mentre, mi dissero poi i miei compagni, copiose lagrime mi sgorgavano dagli occhi. Pensai perciò che la punizione fosse stata sufficiente e che non ci sarebbero state più storie per la mia non camicia nera. Ma, evidentemente, mi sbagliavo: il sabato seguente, io ero sempre senza camicia nera. La Norci non mi degnò di uno sguardo e pensai, tra me e me, che la cosa era finita bene, in fondo. Invece mi sbagliavo e me ne accorsi quando, alle dodici e quaranta, all'ultima campanella, stavo uscendo dal portone della scuola. Mi si pararono di fronte sei o sette giovanottoni in montura da giovane fascista, allievi dei due corsi supplementari, e perciò più grandi di me, che ero anche piuttosto mingherlino, e senza dire ne ai ne bai mi presero a schiaffi e pugni, con qualche calcione e anche degli sputi.

A casa non dissi nulla, perché non volevo che il babbo si compromettesse. Non ne avevo fatta parola con nessuno. Solo alcuni miei compagni, il Tacchi, il Cappabianca e forse solo altri due o tre seppero della cosa. Anche i professori non mi dissero niente: il professor Cusmano venne al mio banco, stavo sempre in prima fila per via della mia forte miopia, e mi fece una carezza sulla testa. Il gesto mi stupì molto perché‚ il professor Cusmano era molto serio e austero e non lo avevamo mai visto fare un gesto simile. Il fatto triste fu che il sabato successivo, ritornò la professoressa di dattilografia e la signora Norci la vedemmo solo alle ore consuete, ma non mi disse mai niente. I miei compagni mi dissero, poi, che era stata proprio lei, quel magnifico esempio di educatrice fascista a farmi fare il "santantonio" (così˜ si chiama, almeno nel nostro rione, una cazzottata fatta in quel modo). Io non lo posso assolutamente affermare perché non ho elementi, ma certo quell'esperienza segnò indelebilmente la mia vita e le mie scelte seguenti.

 

Questi ricordi autobiografici sono le riflessioni di un testimone, e dovrebbero anche essere un’ulteriore conferma di che cosa era il fascismo. Credo che nessuno, in buona fede, possa non affermare che il fascismo fu: la negazione totale e completa della libertà, la negazione assoluta della giustizia, della tolleranza, della solidarietà fra le persone e i popoli; che fu la negazione della cultura intesa come conoscenza delle cose del mondo, e fu fautore di violenza, prepotenza, soperchieria e di malcostume (se non ci fu nessuna "tangentopoli" lo si deve al fatto che i giornali non avevano nessuna possibilità di dire ciò che stava succedendo, ma solo quello che le "veline" del "Minculpop" (il Ministero della cultura popolare) ordinavano di scrivere.

Se il fascismo era tutto questo - e lo era indiscutibilmente -, e l'antifascismo era l'esatto suo contrario, né consegue che mettere sullo stesso piano le due concezioni di vita è quantomeno, vergognosamente, sbagliato se fatto per ignoranza o faciloneria; ed è un modo assolutamente bugiardo di raccontare gli avvenimenti a quanti, per ragioni di età o di luogo di appartenenza, non possono avere diretta conoscenza dei fatti di cui si parla. E non mi importa se queste bugie le scrive un giornalista o un grande storico: le bugie sono tali chiunque le dica!

Per concludere, penso che le persone oneste, della mia età, se ne hanno il tempo e la voglia, hanno il dovere verso i più giovani di dire esattamente come sono state le cose, perché non si debba credere a ciò che, persone interessate o in mala fede, scrivono sui libri, facendo passare fandonie e calunnie per verità, soltanto perché qualcuno pubblica quello che certi luminari hanno scritto.

 

Firenze [1996]

 

 

 

 

 

 

 

NOTA BIOGRAFICA

 

Enio Sardelli, nasce a Firenze il 13 gennaio 1926. Il padre, Vittorio, è socialista e per le sue idee politiche viene discriminato durante il fascismo fino a perdere il lavoro. La madre Ida, fa la sarta ed Enio, nato dopo le sorelle Olga e Tosca, dopo essersi diplomato alla Scuola di Avviamento professionale con indirizzo alberghiero, viene assunto nel 1941, a solo 15 anni, dal Grand Hotel Baglioni. Entra quindi presto nel mondo del lavoro e a 17 anni, nei primi mesi del 1943, entra in contatto con un membro del Partito Comunista d’Italia che gli affida i primi incarichi clandestini. Nel marzo 1944, pur non dovendo presentarsi all’arruolamento nell’esercito della Repubblica Sociale per le classi 1924-25, decide assieme ad altri giovani dell’Oltrarno di darsi “alla macchia” e raggiunge la banda di “Romeo”, sul Monte Giovi, dove prende il nome di battaglia “Fuoco”. In seguito andrà a fare parte con altri partigiani della Brigata d’assalto “Caiani” della Divisone Garibaldi “Arno”, comandata da Aligi Barducci “Potente”. Nel gennaio 1945, dopo la smobilitazione delle formazioni partigiane fiorentine, si arruola come volontario nell’Armata di Liberazione. Inquadrato nel Gruppo di combattimento “Friuli”, partecipa allo sfondamento sul Senio della “Linea Gotica” e alla liberazione di Riolo Bagni, Imola, Castel S. Pietro e Bologna.

Finita la guerra, Enio continua il suo impegno di lotta nella vita civile, partecipando alla realtà politica fiorentina nelle file del Partito Comunista Italiano e dedicandosi all’organizzazione dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Nel 1980 diventa Presidente della Sezione ANPI Oltrarno, carica che mantiene fino alla morte, avvenuta il 28 aprile 2008 all'età di 82 anni

 

 

 

 

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